Page 19 - Il Processo
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“TESTIMONIANZA” DI FEDERICO CARLI
Sono Federico Carli, nipote di Guido Carli. Mio nonno nel 1938 era uno studente brillante, laureato con i massimi voti e, naturalmente, aspirava a una carriera universitaria. Fu però più forte in lui l’indignazione per leggi che riteneva ingiuste e aberranti. Queste le motivazioni, come egli stesso ha scritto:
“In quell’anno, il 1938, il nostro paese aveva compiuto un passo grave verso l’ingiustizia. Il Professor Marco Fanno del quale fungevo da assistente, fu espulso dall’università in quanto di religione ebraica. Sentii aprirsi intorno a me un gran vuoto. Decisi di non pubblicare la tesi di laurea sul ‘Gold Exchange Standard’. Così non avrei posseduto un titolo valido per il concorso di docente universitario e non avrei subito la tentazione di provarlo comunque”. Solo molti anni dopo, compresi perché, ogni qualvolta un interlocutore si rivolgeva a lui chiamandolo professore, egli, ostinatamente, rispondeva: “No, non professor Carli, dottor Carli. Questo è l’unico titolo che io mi sia guadagnato”.
Quello di mio nonno fu uno degli unici casi di protesta in ambito universitario. I circa due- cento fra professori e ricercatori e assistenti mandati via dalle università furono subito rim- piazzati da solerti colleghi di “razza ariana” e simpatizzanti fascisti che non ebbero molti scrupoli nell’accettare.
Il ri uto ostinato del mondo accademico di ribellarsi di fronte allo scempio contro l’ebrai- smo nasce proprio dal ri uto dell’aggressione perpetrata dal fascismo al libero pensiero delle università.
Probabilmente non è un caso che, negli anni sessanta, Carli si riconduca a Modigliani, un ebreo, un italiano, che fu vittima della persecuzione delle leggi razziali, che dovette ab- bandonare Roma e rifugiarsi in America alla  ne degli anni Trenta. E, con Modigliani, Carli costruisce il primo modello econometrico italiano.
“TESTIMONIANZA” DI MORGANE KENDREGAN
Sono Morgane Kendregan. Quando compii 11 anni, mio nonno Elio Cittone mi inviò questa lettera:
Nel 1938 non avevo ancora 11 anni. A causa delle leggi razziali mio padre dovette chiudere la sua attività di antiquario, io con le mie sorelle fummo cacciati dalla scuola e trasferiti nella scuola ebraica di Via Eupili, dove si ammassavano in poche aule elementari medie e liceo. La mia famiglia, benestante, si trovò ridotta in povertà.
Ma fu solo l’inizio.
Prima ci denunciò la portinaia perché tenevamo una persona ariana a servizio. Ce la cavam- mo solo perché mio padre, con arguzia e intuizione del maschilismo dei poliziotti fascisti, riuscì a convincerli che quella signora viveva in casa perché era la sua amante!
Poi, entrata l’Italia in guerra, scappammo sul Lago Maggiore, con falsi documenti a nome Salvo, grazie a un Carabiniere amico: ma anche lì presto si diffuse la voce che eravamo ebrei e nascondevamo nel giardino della villa una cassetta piena d’oro.
Una mattina molto presto il Carabiniere ci avvertì che i tedeschi stavano venendo a pren- derci: dovemmo fuggire un’altra volta.
Mio padre, mio zio ed io cercammo rifugio fra le colline, mia madre tentò di unirsi ai parti-


































































































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