Page 20 - Il Processo
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giani in zona, le mie sorelle di 17 e 14 anni furono lasciate con la nonna turca, nella speranza che, essendo la Turchia un Paese alleato, non le avrebbero arrestate.
Illusione! Furono portate nella prigione del paese e per due volte i tedeschi fecero  nta di fucilarle, per poi rimandarle in cella.
Quando con l’aiuto di amici riuscimmo  nalmente a riunirci, decidemmo di partire per Roma, nella speranza che gli Alleati l’avrebbero presto liberata. Pessima scelta. Arrivammo a Roma l’infausto 16 ottobre 1943, il giorno del rastrellamento del Ghetto. Le donne trovarono rifugio un convento di suore, noi uomini prendemmo in af tto due stanze presso una signora che aveva il marito al fronte.
Un giorno rientrando a casa nel primo pomeriggio, senza far rumore perché presentivo qualcosa di sospetto, udii parole che mi gelarono il sangue “per me questi non sono italia- ni, non si chiamano Salvo, sono ebrei, e i fascisti danno una ricompensa, vai a denunciarli “ Di nascosto riunii le poche cose che avevamo e mi appostai vicino al palazzo per intercet- tare mio padre e mio zio e scappare; ci ospitarono degli amici nel loro solaio, e quando anche questo divenne troppo pericoloso, trovammo rifugio in un convento. Vedevo mio padre ogni giorno più disperato e anch’io cominciavo a dubitare che saremmo riusciti a sopravvivere. Se ci siamo salvati, è stato grazie a persone come il carabiniere Colombo, i numerosi amici, i religiosi, che hanno avuto il coraggio di opporsi e hanno rischiato di per- sona per aiutarci.
Poi una mattina sentii che c’era un’aria diversa, gli americani erano alle porte della città, scappai e andai incontro ai carri armati festante, correvo e piangevo dalla gioia, un soldato americano mi fece salire su un carro armato ed entrai in città.
Ero libero, ero Elio Cittone, ebreo.


































































































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