Page 29 - Il Processo
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TESTIMONIANZE PER L’ACCUSA
E PER LA DIFESA
INTERVENTO DEL “TESTIMONE” PER L’ACCUSA
“LA STORIA”, IMPERSONATA DA LORENZO DEL BOCA
La promulgazione delle leggi razziali avvenne in un contesto formalmente accettabile, ignobile nella procedura.
Nel senso che il Parlamento votò in effetti a stragrande maggioranza quelle disposizioni, ma il Re Vittorio Emanuele III era abituato a prendere per buono il Parlamento quando fa- ceva le cose che gli convenivano, e a bypassarlo se invece non gli tornava utile. La prima guerra d’indipendenza, per esempio, nessuno voleva combatterla, non i contadini, non gli operai, non gli anarchici, i socialisti, i cattolici, i liberali, i giolittiani, il parlamento era neutra- lista e persino il governo non voleva la guerra. Soltanto Salandra e Sonnino erano propensi a precipitare l’Italia nel con itto, uno era presidente del Consiglio, l’altro era Ministro degli esteri, due personalità signi cative, ma pur sempre due nel contesto governativo.
Eppure questi due con Re Vittorio Emanuele III brigarono in modo tale da rendere inevita- bile l’entrata dell’Italia nella prima guerra mondiale, che sia detto per inciso costò 700mila morti e un milione di storpiati. Si potrebbe dettagliare maggiormente questa vicenda, ma basti la de nizione che dette Vittorio Gorresio, che considerò l’entrata in guerra nella prima guerra mondiale come il primo colpo di Stato dell’Italia Costituzionale.
Poi ne venne un altro di colpo di stato, e anche questo evitabile, perché in Parlamento i fascisti erano una dozzina, e una dozzina di simpatizzanti, tanto che Facta promulgò lo stato d’assedio che avrebbe potuto bloccare questa cosiddetta Marcia su Roma, ed evitare il pe- ricolo fascista, invece Vittorio Emanuele III bypassò Facta, convocò Mussolini per af dargli la Presidenza del consiglio, vani cando la possibile opposizione, e incominciò quello che la storia e la cronaca e i giornalisti chiamano il ventennio nero.
Vittorio Emanuele III aveva un conto in banca a Londra, era il risultato di una polizza as- sicurativa che suo padre Umberto I aveva stipulato sulla propria vita, ed essendo stato ammazzato a Monza dall’anarchico Bresci ebbe in pagamento un premio signi cativo che, in una quarantina d’anni, tra interessi e investimenti signi cativi, arrivò alla ragguardevole cifra di un milione di sterline, ricordavano che in quei tempi si cantava “vorrei avere mille lire al mese.”
Quando l’Italia entrò in guerra il Parlamento ordinò che tutti i beni all’estero fossero rimpa- triati, Vittorio Emanuele III li lasciò là. In una strana contraddizione, in una strana condizio- ne, perché  niva per giocare  nanziariamente con uno Stato che era formalmente nemico dell’Italia, con il risultato che il suo successo personale  nanziario avrebbe signi cato la rovina dell’Italia.
E infatti andò proprio così. Nel ‘46 lui ebbe un bel gruzzolo da distribuire ai familiari, e l’Ita- lia era in braghe di tela. Poi sull’8 settembre, l’hanno citato. Lì non c’era il parlamento. Però lì si vede la tempre dell’uomo di Governo. Che coraggiosamente fuggì insieme a Badoglio e alla gran parte dello Stato Maggiore, con un imperativo categorico: arrangiatevi. E gli italiani hanno dovuto arrangiarsi.


































































































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