Page 34 - Il Processo
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INTERVENTO DEL “TESTIMONE” PER PER LA DIFESA
“LA STORIA”, IMPERSONATA DA GIOVANNI RUCELLAI
Molto è stato detto sul contesto storico e non ripeterò le cose appena dette. Mi limito a richiamare le parole di Renzo De Felice, che riferendosi al ’38, a quel momento storico, a quella temperie storica, scrive: “la politica della razza, in quel momento rappresentava il cazzotto più potente che il Regime potesse dare alla monarchia.”
Le Leggi razziali rappresentavano uno strumento nelle mani di Mussolini, che era un uomo spregiudicato ed eclettico. Per lui rappresentavano uno strumento, uno strumento di poli- tici estera, non c’è dubbio. Suggellavano e servivano a suggellare l’alleanza con l’alleato, il temuto alleato, Hitler. Ma erano anche, forse soprattutto, uno strumento di politica interna, utile a educare le masse alla durezza e alla nuova ideologia, che completasse la rivoluzione fascista in quel momento.
E servivano a colpire il re. E’ stato detto, e chiarito, come dal 1848 in avanti gli ebrei italiani avessero sposato la causa italiana, l’avessero abbracciata, e come avessero combattuto in tutte le guerre del Risorgimento, con valore. Nella Grande Guerra c’erano 21 generali ebrei, nel Regio Esercito. Un dato che potrebbe sembrare oscuro, in realtà è un dato che fotografa un’adesione di una comunità numericamente esigua, straordinaria, alla più mo- narchica delle istituzioni, che era il regio esercito.
Poi c’erano 3300 impiegati nelle istituzioni dello Stato, di cui quattrocento nei ministeri del- la Guerra e della Marina, e poi in epoca prefascista c’erano stati tre Presidenti del Consiglio, un Ministro della Guerra, e come è stato ricordato un sindaco della Capitale. E poi c’erano i professori nelle università e nelle scuole. Insomma gli ebrei erano una elite, una elite fedele alla monarchia. Per questo colpirli, signi cava colpire il re.
Firmando le leggi razziali, il re umiliava se stesso, la propria dinastia, le glorie della propria dinastia, con Carlo Alberto. E non solo: le leggi razziali sottraevano dalle leve del potere, proprio quelle elite fedeli al re. Sancendo la  ne inevitabile dell’amicizia tra gli ebrei italiani e la monarchia.
E’ stato detto: questo era il male, ma c’era un’altra scelta?
Sì, c’era un’altra scelta. Il re avrebbe potuto non  rmare. Ma questo sarebbe stato di fatto un colpo di stato. Un atto di forza atteso e cercato da Mussolini, come già ricordato. Attraverso le parole di Ciano sappiamo questo. Il Duce avrebbe colto l’occasione, si sa- rebbe arrivato a uno scontro, violentissimo, di per sé tragico, per il Paese, per la Nazione. E allora, che si arrivasse allo scontro! Il punto è che lo scontro non si sarebbe limitato ai palazzi del potere, ma neanche ai con ni dello Stato: dopo l’Anschluss, il Terzo Reich con-  nava con l’Italia, e Hitler era pronto a cogliere l’occasione. Per soccorrere il suo alleato, il suo amico, come aveva fatto nel ’36 con Franco, era pronto a intervenire, poi come aveva fatto con Mussolini nel ’38, si era annesso l’Austria – e Mussolini non aveva detto nulla - e poi, con l’aiuto di Mussolini, si era annesso i Sudeti.
Insomma, per usare le parole di Indro Montanelli, il re se non avesse  rmato avrebbe salva- to la sua anima, ma avrebbe consegnato il paese ai tedeschi, che sarebbero stati padroni in casa nostra. Ben prima del ’43, con gli esiti drammatici che oggi conosciamo, ma che già allora si potevano pre gurare.


































































































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